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BIBLIOGRAFIA
Dal Separatismo all'autonomia Regionale
Edizioni Rubbettino

PREFAZIONE di Andrea Piraino


1.- Il 10 luglio 1943, a pochi giorni dal famoso discorso del duce sul “bagnasciuga”, le truppe alleate sbarcano in Sicilia avviandone una rapida conquista e determinando, pochi giorni dopo, la caduta dello stesso regime fascista. Per l’Isola, ferita dai bombardamenti che, soprattutto, da giugno avevano colpito le grandi città, inizia un periodo particolarmente intenso segnato da avvenimenti che culmineranno nella conquista di quell’autonomia regionale sulla quale avevano puntato molti dei Siciliani più autorevoli del Risorgimento italiano.
La situazione socio-economica dell’Isola, che già dopo il primo conflitto mondiale manifestava notevoli ritardi sul piano dello sviluppo, si era ulteriormente appesantita negli anni trenta anche perché le riforme – prima fra tutte la riforma agraria, la cosiddetta lotta al latifondo – che, nonostante tutto, il fascismo aveva cercato di avviare, erano state fermate dal tradizionale blocco-agrario conservatore che da sempre aveva alzato barriere per ostacolare i processi di modernizzazione. Così che, anche la stessa lotta alla criminalità organizzata, fatta con grande spiegamento di forze ma soprattutto con la sospensione dei diritti, si era risolta in un sostanziale fallimento con l’aggravante di avere regalato alla “mafia” ed ai mafiosi l’aureola di vittime della persecuzione della dittatura fascista. La guerra, che il fascismo aveva voluto e che aveva messo a nudo situazioni disastrose che la propaganda di regime aveva coperto con le sue roboanti parole d’ordine, aveva lasciato ovunque rovine e macerie e anche in Sicilia aveva determinato un peggioramento delle condizioni di vita già non buone della gente. Non può dunque meravigliare il fatto che le popolazioni abbiano accolto come liberatori quelli che fino a qualche tempo prima erano stati nemici.
L’istituzione, da parte degli alleati, di un governo provvisorio, l’AMGOT, determinava per l’Isola una condizione eccezionale: ad oltre ottant’anni dall’unificazione, per la prima volta, essa infatti si trovava ad essere separata dal resto del Paese.
Proprio questa condizione consentiva, nonostante il severo divieto imposto dalle truppe di occupazione, l’emergere di movimenti e di raggruppamenti politici, più o meno clandestini, animati in gran parte da forti personalità che avevano maturato la propria cultura politica addirittura negli anni che avevano preceduto l’avvento del fascismo e che ponevano in cima alle loro riflessioni il tema del destino dell’Isola: se, cioè, si dovesse allargare il solco che divideva l’Isola dal resto d’Italia, perseguendo un disegno chiaramente indipendentista, ovvero si dovesse confermare la scelta unitaria attraverso però un patto che garantisse alla stessa una sostanziale condizione di autogoverno.

2.- Si trattava di opzioni che affondavano le loro radici in culture da sempre presenti nell’Isola, che guardavano a momenti esaltanti della storia politica siciliana – a cominciare dalla gloriosa rivolta del cosiddetto Vespro siciliano – e che, tuttavia, avevano trovato un loro più profondo radicamento a partire dalla seconda decade del secolo XIX. Tali culture si erano irrobustite e ridefinite con la gloriosa rivoluzione del 1812 il cui esito era stato consacrato nella prima Costituzione liberale del Regno di Sicilia – modellata su quella inglese ma ulteriormente affinata dai confronti con il costituzionalismo francese – che, nell’esaltare l’identità siciliana, ribadiva la separazione da Napoli imponendo ai Borbone, ora sovrani costituzionali, obblighi formali di rispetto delle prerogative del Regno.
Il sogno indipendentista fu spezzato dalla autoritaria decisione del 1816 – maturata nel clima della restaurazione e legittimata dal congresso di Vienna – allorquando il sovrano Borbone, assumendo il titolo di Ferdinando I delle Due Sicilie, unificava dispoticamente i due regni e abrogava la Costituzione siciliana.
Da quel momento il rapporto fra i Siciliani e la dinastia dei Borbone, già molto difficile, si deteriorò definitivamente, mentre si affermò, in modo prepotente, l’aspirazione all’autonomia sempre più animata da culture perfino di segno diverso che trovarono sintesi e alimento nel pensiero e nell’azione di uomini di pensiero di ispirazione liberale o cattolica come Michele Amari o Gioacchino Ventura.
Quelle culture si ritrovarono insieme nella realizzazione del progetto unitario al punto da far dire, ed il riferimento va alla incredibile spedizione garibaldina, che l’unità del Paese fosse partita dalla Sicilia.
Il processo unitario, tuttavia, non produsse gli esiti auspicati e, soprattutto, mortificò le culture autonomiste – emblematica è la vicenda del Consiglio straordinario di Stato, istituito nell’ottobre del 1860 con decreto del prodittatore Mordini, che avrebbe dovuto preparare una sorta di statuto per la Sicilia e che invece fu intercettato dal referendum che sanzionava, sic et simpliciter, l’annessione dell’Isola al Regno d’Italia – realizzando un assetto statuale fortemente accentrato che non teneva in alcun conto la storia e le legittime aspirazioni dei Siciliani. L’autonomismo sia quello radicale che quello moderato fu accantonato dal nuovo Regno e quanti ne avevano propugnato le ragioni furono emarginati fino al punto da essere considerati nemici della nazione.
Nel lungo periodo che va dal 1860 allo sbarco alleato, le culture autonomiste, fatte proprie principalmente dal cosiddetto partito regionista, sopravvissero atteggiandosi come fiumi carsici, capaci di alimentare, in talune occasioni o passaggi epocali, la storia politica della Sicilia. Così, ad esempio, avvenne dopo la drammatica vicenda dei fasci siciliani che, fra le conseguenze, determinò la decisione di istituire, nel 1896, l’effimero Commissariato Civile per la Sicilia immaginato dalle correnti autonomiste come embrione di un possibile, e stabile, decentramento amministrativo di alcuni rami dell’amministrazione del regno.
Personaggi come Napoleone Colajanni o come, soprattutto, don Luigi Sturzo ne fecero argomento delle loro riflessioni culturali e del loro impegno politico. Proprio a quest’ultimo si deve infatti già dagli anni venti del novecento l’elaborazione della base teorica su cui si costruirà lo Stato regionale disegnato dalla Costituzione del ’48.
Quelle culture emersero, dunque, in modo prepotente nel nuovo contesto ambientale che l’occupazione alleata aveva determinato.

3.- La prima ad apparire sulla scena fu la versione più radicale dell’autonomismo, quella che stigmatizzando le gravi colpe dello Stato unitario nei confronti dell’Isola, ne reclamava l’indipendenza.
Infatti, il 28 luglio 1943, il Comitato per l’Indipendenza Siciliana pubblicava un proclama, diretto al popolo siciliano e contemporaneamente al governo Alleato, con il quale si invocava la costituzione di un governo provvisorio siciliano “per predisporre ed attuare un plebiscito perché si dichiari decaduta in Sicilia la Monarchia sabauda di Vittorio Emanuele III e i suoi successori e la Sicilia sia eretta a Stato sovrano indipendente con regime repubblicano”. Alla testa del MIS, Movimento Indipendentista Siciliano, si posero per lo più personaggi battaglieri, grandi agrari molto spesso espressione della vecchia e orgogliosa aristocrazia siciliana, che alimentavano disegni conservatori. Fra questi, il professore Andrea Finocchiaro Aprile, figlio di Camillo Finocchiaro Aprile ministro liberale del periodo giolittiano, già sottosegretario alla guerra prima dell’avvento del fascismo che ne fu il capo indiscusso. Accanto ad essi, minoritari e tuttavia battaglieri, c’erano anche intellettuali di “sinistra” come il giovane e focoso docente dell’università di Catania, Antonio Canepa – autore dello slogan “separarci o morire” che sarebbe caduto nel corso di un conflitto a fuoco con i carabinieri – o come Antonio Varvaro, che sarebbe stato uno dei leader dei comunisti all’Assemblea regionale siciliana.
Il MIS costruì una piattaforma programmatica non sempre chiara. Con l’evolversi degli eventi passò, infatti, da posizioni radicali che si estrinsecavano nella contrapposizione della Sicilia al Regno, a posizioni via via più moderate, ultima delle quali l’idea di una federazione fra la Sicilia e l’Italia. Stessa ambiguità mostrava sull’assetto istituzionale, passando da una soluzione tendenzialmente repubblicana ad una monarchica con un intermezzo nel quale veniva proposto un disegno repubblicano socialisteggiante.
Inoltre, a segnare un aspetto negativo nella vicenda del MIS, non si possono trascurare le alleanze con la parte più reazionaria della società siciliana – grandi proprietari come Lucio Tasca che non si facevano scrupolo di esaltare la struttura latifondista – e con ambigui personaggi della criminalità organizzata – in un primo tempo partecipò attivamente al Movimento il capomafia Calogero Vizzini – e ancora con certe frange del banditismo isolano come quella rappresentata da Salvatore Giuliano – nominato colonnello dell’EVIS, l’esercito di liberazione siciliana, che il 1° maggio del ’47 a Portella della Ginestra con la sua banda sarebbe stato l’esecutore materiale di una delle più esecrande stragi della difficile storia del nostro Paese.
Su queste scelte influiva, naturalmente, l’andamento della guerra. Il fronte era ormai lontano dal Sud, e l’atteggiamento degli Alleati, considerato, almeno in un primo tempo, non pregiudizialmente ostile – ne fu esempio palese l’agibilità di cui godette il MIS rispetto alle altre organizzazioni politiche – divenne nel corso dei mesi sempre più sospettoso e perfino non amichevole nei confronti del Separatismo e del suo leader indiscusso. Peraltro, già nel febbraio del 1944, ponendo fine ad una situazione equivoca sulla quale gli Indipendentisti si erano a lungo adagiati, gli Alleati consentivano a ritrasferire la Sicilia sotto la giurisdizione amministrativa del Regno.

4.- L’altra cultura, quella autonomista moderata, si divideva in due filoni chiaramente distinguibili. Una parte di essa, secondo l’insegnamento sturziano sintetizzato nella formula “la Regione nella nazione”, auspicava infatti la creazione di una Regione dotata di ampia autonomia, anche legislativa, a cui si caricasse la responsabilità del suo sviluppo socio-economico.
Il secondo filone, le cui ragioni trovavano fondamento nella cultura liberale presente nell’Isola e, proprio per questo motivo, ne richiamavano le preoccupazioni per l’unità del Paese, preferiva soluzioni, meno forti, che prevedessero un forte decentramento amministrativo – ne era esempio palese il disegno di legge sull’istituzione del “Commissariato per le opere pubbliche” presentato alla Camera dei deputati da Enrico La Loggia il 16 luglio 1920 – in materie vitali per lo sviluppo dell’isola. L’autonomismo, sia nella forma più spinta, che appunto pretendeva l’erezione della regione autonoma, sia nella forma più moderata che si accontentava di un mero decentramento amministrativo, entrarono nel dibattito politico siciliano un po’ dopo l’irruzione del programma separatista del MIS, e fu fortemente influenzato dalla presenza di quest’ultimo al punto che, più di uno storico, considera lo stesso movimento separatista la spinta originaria verso lo statuto d’autonomia. In una battuta si potrebbe dire, ma ci sembra in qualche misura esagerata l’affermazione, che senza il Separatismo la Sicilia non avrebbe ottenuto il suo status di autonomia. L’idea di uno stato regionale che, come si è detto, avrebbe trovato consacrazione nella Carta Costituzionale, era già presente nella cultura nazionale, soprattutto dei cattolici democratici di lezione sturziana ulteriormente affinata da quella del giurista Gaspare Ambrosini, che spingevano appunto verso l’esito che sarebbe stato, successivamente, accolto.
Certo che della emergenza separatista approfittarono leader politici siciliani per legittimare una richiesta che in un contesto differente avrebbe avuto qualche difficoltà ad essere accolta.
Un punto a favore dell’autonomismo non separatista, nel segno di quello che abbiamo definito filone più moderato, fu segnato con l’istituzione, il 18 marzo 1944, dell’Alto Commissariato per la Sicilia, che assegnava ad un Commissario, coadiuvato da una Giunta consultiva, la sopraintendenza nel territorio dell’Isola di tutte le amministrazioni civili dello Stato e il coordinamento con unità di indirizzo dei prefetti e delle altre autorità civili. Si trattava, a ben vedere, di una riesumazione di quel Commissariato straordinario della Sicilia che non era riuscito ad affermarsi agli albori del XX secolo.
Tuttavia, la spinta decisiva verso lo sbocco autonomistico fu data dalla costituzione del Fronte Unico Siciliano il quale auspicava che fosse “mantenuta intatta l’Unità d’Italia, presidio della sua indipendenza nella piena fiducia che, in quella forma di governo che il Popolo Italiano sarà per scegliere, i diritti e gli interessi dell’Isola saranno per il suo libero immancabile avvenire, pienamente riconosciuti e tutelati”. Il Fronte Unico Siciliano confortò il nuovo Alto Commissario, l’on. Salvatore Aldisio – un ex popolare che si rifaceva alle posizioni sturziane – nella richiesta di affiancamento al neonato organo di governo isolano di una Consulta regionale che, oltre a esprimere pareri sui provvedimenti alla stessa sottoposti, formulasse “proposte per l’ordinamento regionale” così come si legge all’art. 4 del decreto legislativo luogotenenziale n. 416 del 1944.
Il 14 marzo del 1945, il presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi, emanava il decreto di nomina dei 36 consultori, che iniziavano un intenso e qualificato lavoro che avrebbe portato alla redazione di un testo di ordinamento della futura Regione siciliana.
Il passaggio più difficile era ormai superato, con quel decreto lo Stato, per la prima volta dalla realizzazione dell’unità del Paese, riconosceva la legittimità della aspirazione autonomistica e determinava, nello stesso tempo un indebolimento della proposta indipendentista del MIS.

5.- Mentre il MIS dava gli ultimi colpi di coda arrivando perfino a minacciare la guerra civile, i consultori riuscivano a elaborare una proposta di Statuto che metteva d’accordo le diverse anime presenti in Consulta e rappresentanti il panorama socio-politico presente nell’Isola.
La proposta di Statuto, elaborata dalla Consulta, era dalla stessa approvata il 23 dicembre 1945 e veniva trasmessa dall’Alto Commissario Aldisio al Governo, accompagnata da un’ampia relazione illustrativa della quale è significativo ricordare il seguente passaggio nel quale si affermava, a chiare lettere, che “la Regione siciliana, in verità, sorge giuridicamente, non con la qualifica di circoscrizione amministrativa, entro il cui ambito territoriale sarebbero da assegnare organi, funzioni e servizi dello Stato, ma piuttosto come persona giuridica pubblica, territoriale, nuovo soggetto, costituito da elementi materiali, territorio e popolo, entrambi determinati dalla natura, e di elementi immateriali come la potestà di comando ed i fini di progresso per cui detta potestà si esplica, originando diritti e doveri nello stesso soggetto o in altri con i quali il medesimo entra in rapporto”.
Non si registrarono ostacoli di sorta nell’iter di approvazione. Già, infatti il 7 maggio 1946 la Consulta Nazionale, l’organo che nelle more dell’elezione della Costituente era incaricato di esaminare i progetti di legge, esprimeva il suo voto favorevole con qualche riserva da parte dell’on.le Einaudi e Umberto II, re d’Italia, promulgava, con l’indicazione della sottoposizione dello stesso all’Assemblea Costituente per il relativo coordinamento con la nuova Costituzione dello Stato, il Regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 approvativo dello Statuto della Regione siciliana. L’ulteriore passaggio, appunto l’approvazione in sede di coordinamento da parte dell’Assemblea Costituente (lo Statuto sarebbe diventato, in base alla l. cost. 26 febbraio 1948, n. 2, legge costituzionale dello Stato) – avvenuta quando già da quasi un anno era stata eletta la prima Assemblea regionale siciliana erede dell’antico Parlamento di Sicilia, le elezioni si erano celebrate il 20 aprile del 1947 – rappresentò un passaggio quasi formale. Nessuna forza politica sarebbe stata infatti in grado di invertire un processo storico irreversibile.
La promulgazione del 15 maggio sanciva, dunque, la definitiva sconfitta del progetto separatista al quale, come si è già detto, va riconosciuto il merito di avere favorito l’esito positivo del percorso di autonomia ed il nascente affermarsi di un regionalismo che presto, però, avrebbe mostrato di non essere in grado di raggiungere i traguardi che l’autonomia regionale si era prefissa. Fino al punto da essere messo in discussione dalle evoluzioni politiche e sociali dei giorni nostri, con un federalismo che avanza, che modifica, che a volte convince e a volte suscita opposizioni insormontabili.

6.- Lo conferma, tutto ciò, l’opera di Fabrizio Fonte, che ripercorre, con puntualità e serietà di analisi, la vicenda del Movimento Indipendentistico Siciliano – non trascurandone i precedenti storici e i difficili contesti sociali nei quali la stessa si è sviluppata – e costituisce un utilissimo strumento per comprendere non solo le origini della nostra Autonomia regionale ma, anche, le difficoltà che oggi essa stessa incontra di fronte ai cambiamenti in atto nel nostro Paese che tentano la costruzione di una nuova forma di organizzazione istituzionale. La modifica, infatti, del Titolo V della Costituzione ha sancito, di fatto, la fine dello Stato centralistico, anche se attenuato dall’ordinamento regionale, e l’avvio del passaggio alla forma federale che, con le recenti disposizioni sul federalismo fiscale, si sta lentamente consolidando.
Proprio questo passaggio, come peraltro suggerisce lo stesso autore, ha messo sul tappeto, in modo perfino drammatico, considerate le ricadute finanziarie per il futuro dell’ente Regione, il problema dell’indissolubile legame fra autonomia e responsabilità sul quale, nel passato, in tempo di cosiddette “vacche grasse”, non ci si era soffermati più di tanto.
Così che oggi è al bivio l’Autonomia. Deve fare i conti col proprio passato e, riflettendo sullo stesso, fare proprie regole nuove che consentano l’emergere e l’affermarsi di “necessari” comportamenti virtuosi. Tutto questo comporta una spinta verso una maggiore efficienza ed efficacia dell’attività amministrativa e, quindi, più attenzione nella scelta e nella formazione del personale, nella modernizzazione della gestione e nella rigorosa formulazione dei bilanci. Si tratta, in una battuta, della urgenza di scrostare modelli comportamentali consolidati, una vera e propria rivoluzione copernicana, dettata dalla necessità di assicurare un futuro certo alle nostre genti.
Di questa situazione è, tuttavia, doveroso che ce ne rendiamo conto tutti. Non è più infatti il tempo di scaricare la responsabilità sugli altri ma di assumersela in proprio, portando, ciascuno secondo i propri talenti, un contributo alla crescita generale. Consapevoli, anche in Sicilia, del monito di Aldo Moro che questa Regione non si salverà se accanto alla stagione dei diritti non nascerà una nuova stagione dei doveri.



ANDREA PIRAINO

San Ferdinando

       
Dal separatismo all'autonomia regionale - edizioni rubettino

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